Xi Jinping rafforza la proiezione regionale della Cina, Trump rilancia il protezionismo commerciale
- Dario Valerio

- 14 apr 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 15 apr 2025
Nel pieno della recrudescenza della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il presidente Xi Jinping inaugura il suo primo tour internazionale dell'anno con una missione diplomatica strategica nel Sud-Est asiatico, toccando Vietnam, Malaysia e Cambogia. L'obiettivo dichiarato è rinsaldare i legami commerciali regionali e stabilizzare le catene del valore in un momento di crescente incertezza economica internazionale, acuita dalle nuove impennate tariffarie varate da Washington.

In un editoriale pubblicato dal quotidiano ufficiale vietnamita Nhan Dan, Xi Jinping ha invocato un impegno congiunto per la tutela del sistema commerciale multilaterale, rimarcando l'urgenza di preservare la stabilità delle filiere produttive globali e garantire un ecosistema economico internazionale aperto, inclusivo e cooperativo. La Cina, ha sottolineato il leader, si pone come attore razionale e costruttivo di fronte a derive protezionistiche sempre più aggressive.
Il capo dello Stato cinese ha ribadito con fermezza la posizione di Pechino: una guerra tariffaria non produrrà né vincitori né benefici duraturi, e il protezionismo rappresenta un vicolo cieco nello scenario di interdipendenza globale contemporaneo. Xi ha proposto una cooperazione rafforzata con il Vietnam, non solo in termini di catene di approvvigionamento industriali, ma anche nella condivisione di progetti di sviluppo nei settori emergenti, attraverso meccanismi regionali multilaterali quali la Cooperazione dell’Asia Orientale e l’iniziativa Lancang-Mekong.
Sul delicato dossier del Mar Cinese Meridionale, Xi ha evocato la necessità di un approccio pragmatico e dialogico per affrontare le dispute territoriali con Hanoi e gli altri Paesi rivieraschi. “Le divergenze vanno gestite con saggezza e lungimiranza — ha dichiarato — per salvaguardare la pace e la stabilità della regione. Con il dialogo, possiamo risolvere ogni questione marittima in modo costruttivo e duraturo”.
Dietro questa strategia di diplomazia economica si cela la volontà della Cina di affermarsi come polo affidabile e prevedibile, in netto contrasto con la linea ondivaga e muscolare dell’amministrazione statunitense. Donald Trump, infatti, ha recentemente reintrodotto e potenziato una serie di dazi punitivi che colpiscono in maniera mirata l’export cinese. Sebbene sia stata annunciata una sospensione temporanea per alcuni prodotti tecnologici come smartphone e PC, le dichiarazioni successive dello stesso Trump hanno chiarito che si tratta di un’esenzione meramente transitoria, destinata a rientrare nel più ampio pacchetto di misure restrittive sui semiconduttori e sui farmaceutici.
"Non faremo eccezioni", ha tuonato Trump su Truth Social, precisando che la Cina rappresenta il principale antagonista economico degli Stati Uniti. Ha inoltre ribadito il concetto che “la produzione deve tornare in America”, slogan ormai divenuto mantra della sua agenda protezionistica. Le affermazioni del presidente sono state accolte con preoccupazione dai mercati finanziari: Wall Street ha reagito con nervosismo, registrando un’impennata della volatilità e una fuga dagli asset tradizionalmente considerati rifugio, come il dollaro e i Treasury statunitensi.
Il Dipartimento del Commercio ha ulteriormente alimentato l’incertezza chiarendo che le esenzioni saranno soggette a una revisione entro 30-60 giorni e potrebbero essere rimpiazzate da nuove misure mirate. In prima linea tra i settori colpiti vi è la Silicon Valley, in particolare colossi come Apple e Nvidia, già provati dalle tensioni precedenti. Il segretario al Commercio ha inoltre ventilato la possibilità di estendere i dazi a intere filiere produttive strategiche, quali quelle dei semiconduttori e dei dispositivi medici, nel nome della sicurezza nazionale.
La Cina, dal canto suo, ha reagito con toni fermi ma concilianti. Il Ministero del Commercio ha definito le esenzioni un “piccolo passo avanti”, esortando Washington a “correggere le proprie distorsioni” e rimuovere integralmente le misure tariffarie punitive. Tuttavia, l’imprevedibilità dell’amministrazione statunitense rende difficile immaginare un percorso negoziale lineare. Secondo fonti interne a Pechino, l’attuale clima di incertezza compromette la fiducia sistemica nel ruolo guida degli Stati Uniti, e incentiva una ristrutturazione delle catene produttive in chiave asiatica.
I numeri del commercio cinese testimoniano comunque una sorprendente resilienza. A marzo, la Cina ha registrato un surplus commerciale di 102,64 miliardi di dollari, superando nettamente le previsioni degli analisti. Le esportazioni hanno segnato una crescita a doppia cifra (+12,5%), mentre le importazioni hanno subito una lieve contrazione (-4,3%). Particolarmente significativo il dato relativo agli scambi con gli Stati Uniti: l’export cinese verso il mercato americano è cresciuto del 4,5% nel primo trimestre del 2025, con un surplus bilaterale di 76,6 miliardi di dollari.
In questo scenario, il Vietnam si conferma un interlocutore chiave della strategia cinese. Con un interscambio commerciale che ha toccato i 161,9 miliardi di dollari nel 2024, Hanoi è il principale partner economico della Cina nell’area ASEAN. La Malaysia segue con 101,5 miliardi. Tuttavia, il Vietnam cammina su un filo sottile, cercando di bilanciare le pressioni contrapposte di Washington e Pechino attraverso la cosiddetta “diplomazia del bambù”: flessibile, resiliente, e attenta a evitare fratture irreparabili con nessuno dei due giganti.
Intanto, l’amministrazione Trump ha reso noto di essere in trattative con almeno 75 Paesi per la definizione di nuovi accordi tariffari bilaterali, privilegiando Giappone, Corea del Sud, India e Vietnam come contropesi al crescente protagonismo cinese. Gli analisti temono che la rapidità con cui verranno formalizzati tali accordi inciderà pesantemente sulle prospettive economiche globali, e in particolare sulle possibilità di evitare una recessione americana.
Il mondo osserva, mentre le due superpotenze continuano a contendersi l’egemonia commerciale e geopolitica globale. Ma in questa partita a scacchi, ogni mossa può riscrivere gli equilibri dell’economia internazionale.



Commenti