Ipocrisie occidentali e silenzi complici: la politica estera che abdica all’etica
- Dario Valerio

- 13 giu 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Il Medio Oriente continua a bruciare sotto il peso delle sue contraddizioni storiche e delle sue fragilità istituzionali, l’Occidente osserva in silenzio. L’attacco israeliano di oggi contro l’Iran che ha colpito anche la città di Tabriz, non è che l’ultimo episodio in una lunga catena di azioni unilaterali che si consumano nel totale disinteresse della comunità internazionale. Episodi che, sebbene gravi, non sono più nemmeno capaci di smuovere la coscienza politica dei governi europei. Il nostro, quello italiano, in particolare.

L’astensione sistematica dell’Italia su ogni presa di posizione netta nei confronti di Israele – anche quando le sue azioni violano il diritto internazionale, costano vite civili, distruggono infrastrutture e alimentano una spirale di vendetta – non è solo un errore strategico. È un fallimento morale. In un contesto in cui la Spagna ha avuto il coraggio politico di esprimere una chiara condanna verso gli abusi commessi a Gaza, il nostro governo si rifugia dietro una diplomazia della neutralità che di fatto diventa complicità. Si giustifica Israele in ogni circostanza, dimenticando che il popolo palestinese come molti altri in Medio Oriente subisce da decenni una violenza strutturale che, per entità e per modalità, ha assunto tratti feroci, spietati, e in alcuni casi palesemente disumani.
Il paradosso storico è evidente: a Israele, nato come rifugio sicuro dopo l’orrore dell’Olocausto e costruito sull’idea stessa di autodeterminazione, oggi viene concesso di perpetuare ingiustizie senza il minimo richiamo. Il diritto alla difesa, sacrosanto, si è trasformato in diritto d’aggressione permanente. Il sostegno acritico degli Stati Uniti, già minato da una politica estera destabilizzante che ha avuto il suo picco sotto l’amministrazione Trump, ha reso questo squilibrio ancora più pericoloso. Dietro ogni attacco militare, ogni escalation, si celano obiettivi mai del tutto esplicitati: il controllo delle risorse, la pressione economica, l’espansione territoriale. La sicurezza è solo la narrativa di facciata. Ma la vera domanda è: dov’è la comunità internazionale quando tutto questo accade? Perché tollera simili atti di forza? E soprattutto: perché il nostro Paese non solo tace, ma in alcuni casi arriva perfino a giustificare?
L’Italia ha abdicato al suo ruolo critico nella scena globale. Ha smesso di difendere i principi di equità, di rispetto del diritto internazionale, di protezione dei più deboli. La sua politica estera è diventata afona, scollegata da qualsiasi visione etica. E il danno non è solo diplomatico: è culturale. La differenza con l’Ucraina è lampante. In quel caso, la narrativa è chiara, polarizzata: esiste un aggressore e una vittima. Ma quando si parla di Palestina, o di altri contesti mediorientali, la vittima viene caricata di sospetti, mentre l’aggressore viene giustificato come “difensore della civiltà”. È un doppio standard indegno di una democrazia matura.
In tutto questo, le destre conservatrici e populiste, oggi al potere in Italia, hanno un’enorme responsabilità. Hanno diffuso l’illusione di una sicurezza garantita dalla forza e dalla chiusura, mentre in realtà hanno demolito ogni spazio di dialogo e compromesso. Chi ha votato queste forze ha scelto consapevolmente o meno di sostenere un sistema che giustifica i massacri in nome di un ordine illusorio.
L’ultimo referendum, con il suo tasso record di astensionismo, ha mostrato quanto la democrazia sia diventata fragile. Un popolo che rinuncia a partecipare o che si rifugia nell’indifferenza è un popolo che si consegna alla deriva autoritaria. E quando la politica smette di interrogarsi sui valori e sulle conseguenze morali delle proprie scelte, il passo verso il disastro è breve.
*Stamattina, appena appresa la notizia dell’attacco, ho sentito un’amica che vive a Tabriz, città colpita direttamente. Con voce tesa ma composta mi ha rassicurato sul fatto che, per il momento, stanno bene, nonostante il clima di paura crescente e l’incertezza che incombe su tutta la comunità locale. Mi ha raccontato di un silenzio innaturale per le strade, interrotto solo dal fruscio inquieto delle notizie non confermate. Poco dopo, ho saputo che il governo iraniano ha limitato l’uso di internet in molte aree, ufficialmente per ragioni di sicurezza. Ma questa interruzione non fa che aumentare il senso di isolamento, alimentando un’angoscia collettiva che si propaga anche oltre i confini della nazione.
Oggi la voce che manca non è solo quella della diplomazia. È la voce della coscienza.



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