In Romania ha parlato il popolo: vittoria sul populismo demenziale
- Dario Valerio

- 19 mag 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Nel cuore dell’Europa orientale, la Romania ha appena dato una lezione di maturità politica, scegliendo come presidente Nicușor Dan, volto razionale e progressista di un centrosinistra europeista, al posto di un’estrema destra rancorosa, aggressiva e disperatamente in cerca di legittimità attraverso bugie e slogan da bar.

George Simion, leader dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), aveva illuso molti con un nazionalismo viscerale e stantio, fatto di proclami sulla “sovranità perduta”, di retoriche sull’identità cristiana, di una presunta “difesa del popolo” che, come da copione, si è rivelata essere solo un pretesto per imporre un’agenda regressiva, xenofoba e anti-europea.
E come sempre accade nei teatrini della nuova destra radicale, nonché alleata di quella italiana, alla disfatta elettorale non ha fatto seguito l’ammissione di responsabilità, bensì l’ennesima sceneggiata: Simion si è proclamato “presidente del popolo” senza alcun mandato legittimo, una parodia grottesca che riecheggia i comportamenti più beceri dei populisti nostrani e internazionali, da Trump a Bolsonaro.
Questo atteggiamento non è solo scorretto, è l’ennesima prova di come l’estrema destra utilizzi la democrazia solo quando le conviene, salvo poi calpestarla quando il responso delle urne non la premia. Non è più opposizione, è delirio d’onnipotenza mascherato da eroismo. È un linguaggio tossico che pretende di essere “voce del popolo” mentre insulta chi dissente e insinua il sospetto che ogni sconfitta sia frutto di complotti, brogli o manipolazioni, mai di legittima sfiducia. Dietro ogni slogan “popolare” della destra radicale si cela in realtà un’élite di potere vestita da finto ribelle: ricca, privilegiata, scollegata dalla realtà sociale, che parla di patria mentre intasca fondi pubblici e insulta gli studenti, i medici, gli insegnanti, le donne e chiunque non rientri nel loro cliché identitario.
Il populismo che Simion incarna è una malattia della democrazia: si nutre di risentimento, costruisce verità alternative, abusa dei social come megafoni di fake news e si trincera dietro un vittimismo permanente. È un populismo volgare, pretestuoso, che non ha nulla di “popolare” se non il nome, e che fa della menzogna sistemica la propria bandiera.
Il risultato delle elezioni romene è chiaro: i cittadini hanno rigettato questo teatrino vomitevole. Con lucidità e dignità, hanno scelto la via dell’integrazione europea, del dialogo e delle riforme strutturali. Hanno scelto un presidente che lavora, studia, progetta. Non uno che urla, provoca e piange brogli inesistenti.
La Romania, che troppe volte è stata ridotta a caricatura nei discorsi politici occidentali, oggi manda un segnale a tutta l’Europa: si può sconfiggere la menzogna. Si può reagire alla politica dell’odio con la forza della ragione.
Nicușor Dan dovrà ora affrontare sfide complesse, ma parte con un mandato limpido. E la vittoria di ieri è molto più di un risultato elettorale: è una rivendicazione civile, una ripresa morale, un antidoto all’intossicazione populista.



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