Dazi USA e CINA: una tregua che maschera un vuoto strategico
- Dario Valerio

- 14 mag 2025
- Tempo di lettura: 2 min
L’accordo tra Stati Uniti e Cina del 12 maggio 2025, con il quale le due potenze hanno deciso di allentare temporaneamente i dazi reciproci, si inserisce in un contesto geopolitico ed economico più complesso di quanto la retorica ufficiale lasci intendere. Al di là dell’enfasi celebrativa di parte dell’amministrazione americana, diversi osservatori, con particolare attenzione alle implicazioni sociali ed economiche hanno espresso un giudizio più cauto,
se non critico.

Oggi 14 maggio è effettivamente entrato in vigore l'accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina che riduce la maggior parte dei dazi, un cessate il fuoco temporaneo. In base all'accordo di Ginevra, gli Stati Uniti hanno accettato di ridurre i dazi sui prodotti cinesi al 30%, mentre la Cina abbasserà i propri al 10%, con una riduzione di oltre 100 punti percentuali.
L’impressione prevalente, osservando la traiettoria degli ultimi anni, è che l’intera politica commerciale statunitense sia priva di una visione sistemica. La guerra dei dazi, iniziata nel 2018, si è spesso svolta secondo logiche tattiche, più orientate alla propaganda interna che a una riforma strutturale degli equilibri commerciali globali. L’accordo attuale ne è una dimostrazione: da un lato si presenta come un “reset” dei rapporti bilaterali, dall’altro mantiene in vigore misure restrittive sui settori più sensibili (acciaio, alluminio, auto), segnalando che non c’è un vero disarmo commerciale, ma solo una sospensione armata.
I limiti dell’approccio tariffario
L’esperienza ha dimostrato che i dazi generalizzati raramente riescono a ottenere gli effetti desiderati. In questi anni, l’aumento dei costi sulle importazioni ha inciso pesantemente su aziende e consumatori statunitensi, alimentando inflazione e incertezza. Nel frattempo, non si è verificato il tanto auspicato ritorno della manifattura sul suolo americano. Le multinazionali, piuttosto che rientrare, hanno spesso delocalizzato in paesi terzi (Vietnam, Messico, India), mentre il lavoro industriale ha continuato a perdere centralità, a beneficio della speculazione finanziaria e della gig economy.
In questo senso, l’accordo non rappresenta una vera svolta: è un intervento palliativo, che placa momentaneamente la pressione dei mercati ma non mette in discussione i modelli economici che hanno favorito la polarizzazione sociale.
La Cina, da antagonista a partner inevitabile
L’atteggiamento verso la Cina appare inoltre segnato da una contraddizione irrisolta. Se da un lato si continua a dipingerla come una minaccia strategica — soprattutto sul piano tecnologico e militare — dall’altro non si riesce a fare a meno della sua centralità nella catena del valore globale. Il recente patto commerciale, negoziato a Ginevra, è anche il riconoscimento implicito di questo paradosso: l’interdipendenza tra le due economie è troppo profonda perché si possa immaginare un “disaccoppiamento” senza pesanti costi strutturali.
Quali alternative?
Una prospettiva più orientata al lungo termine dovrebbe abbandonare la logica del confronto bilaterale e puntare piuttosto su un multilateralismo aggiornato, fondato su regole condivise, standard ambientali comuni, tutela dei diritti dei lavoratori e lotta al dumping fiscale. Questo però richiede volontà politica, capacità di mediazione e una visione riformista del capitalismo globale, tutti elementi oggi carenti nel dibattito dominante.
L’accordo USA-Cina del maggio 2025, pur utile nell’immediato per calmierare le tensioni e favorire la stabilità dei mercati, rischia di rimanere un’operazione di superficie. La vera sfida resta quella di costruire un ordine economico internazionale più equo, inclusivo e sostenibile.
E per farlo non basteranno scambi di tariffe: serviranno nuove idee.

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