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L'illusione protezionista: i dazi di Trump e la lenta eutanasia dell'economia statunitense

  • Immagine del redattore: Dario Valerio
    Dario Valerio
  • 4 apr 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 6 apr 2025

Il 5 aprile 2025 è una data che rischia di essere ricordata come l’inizio di una crisi commerciale senza precedenti nella storia economica recente degli Stati Uniti. L’entrata in vigore della nuova tariffa globale sulle importazioni voluta da Donald Trump rappresenta, agli occhi di molti osservatori, un colpo di maglio alla già fragile architettura del commercio globale. Al di là della retorica nazionalista e delle promesse di rinascita industriale, le conseguenze concrete – economiche, sociali e geopolitiche – appaiono devastanti. E non solo per i partner commerciali degli USA, ma soprattutto per gli Stati Uniti stessi.

Donald Trump illustra la tabella dei dazi
Donald Trump illustra la tabella dei dazi

La distopia del protezionismo: tra slogan e realtà


Il ritorno al protezionismo sfrenato, mascherato da difesa dell’industria nazionale, si basa su un presupposto tanto suggestivo quanto economicamente fallace: che le barriere doganali possano riportare lavoro e benessere nel cuore dell’America profonda. Tuttavia, come ha osservato il New York Times in un editoriale pungente, “Trump is not bringing back factories; he is exporting inflation”. E in effetti, già nei primi giorni dall’attuazione delle misure, colossi del retail come Best Buy e Walmart hanno annunciato inevitabili aumenti dei prezzi. I consumatori americani, e in particolare quelli delle classi medie e basse, saranno i primi a pagare il prezzo di questa illusione.


La Washington Post, altrettanto critica, titola: “Tariffs That Hurt Main Street: How Trump’s Measures Undermine His Own Base”. L’articolo denuncia un paradosso: le stesse comunità rurali e suburbane che costituiscono lo zoccolo duro dell’elettorato trumpiano saranno tra le più colpite dall’impennata dei costi e dalla possibile perdita di posti di lavoro nelle industrie che dipendono da catene di fornitura globali.



Effetto domino globale: la reazione internazionale e il discredito diplomatico


Le reazioni non si sono fatte attendere. La Cina ha risposto imponendo dazi fino al 34% su numerosi prodotti statunitensi, inaugurando una nuova stagione di tensioni simmetriche che riecheggiano le guerre commerciali del passato. L’Europa, l’India e diversi paesi asiatici stanno valutando contromisure. La Guardian Weekly sottolinea in un’analisi approfondita che “Washington is no longer leading the world – it’s alienating it.”


Il multilateralismo viene così soppiantato da una visione autarchica e aggressiva, che isola gli USA nei consessi economici internazionali. Con la World Trade Organization già ridotta a un simulacro sotto le precedenti amministrazioni, la capacità di mediazione e cooperazione è al minimo storico.



L’autosabotaggio macroeconomico: inflazione, stagnazione e incertezza


Le critiche più aspre arrivano però dal fronte economico. Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha dichiarato pubblicamente che l’introduzione dei dazi “esacerberà le pressioni inflazionistiche e potrebbe raffreddare la crescita economica in modo repentino”. In un contesto già segnato da instabilità finanziaria e indebolimento della domanda, la mossa di Trump rischia di trasformarsi in un auto-sabotaggio in piena regola.


Il Financial Times, pur non essendo un giornale schierato a sinistra, sottolinea l’effetto disgregante di politiche tariffarie unilaterali su mercati globali interconnessi: “This is not protection – it’s provocation with consequences”. Una dichiarazione che riassume l’inquietudine diffusa tra investitori, produttori e analisti.



Una deriva che sa di déjà-vu


Il sogno trumpiano di un’America autarchica, chiusa nei suoi confini e risorta industrialmente, sembra più vicino a una distopia che a un piano coerente. I dazi non proteggono l’economia: la isolano, la rallentano, la rendono vulnerabile in un mondo che va in tutt’altra direzione. Il protezionismo non è una cura: è una forma di autoimmunità suicida.


In un’epoca in cui l’interconnessione economica è la norma e non l’eccezione, la decisione di innalzare barriere doganali appare come un gesto anacronistico, miope e, soprattutto, pericoloso. Mentre il mondo assiste con preoccupazione a questa virata autoritaria e isolazionista, gli Stati Uniti rischiano di affondare non per mano di nemici esterni, ma per la cecità ideologica del proprio leader.

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