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Referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno 2025: una chiamata alla responsabilità democratica

  • Immagine del redattore: Dario Valerio
    Dario Valerio
  • 5 mag 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

L’8 e 9 giugno 2025, l’Italia sarà nuovamente teatro di una consultazione popolare su cinque quesiti referendari abrogativi che pongono al centro della riflessione collettiva il tema del lavoro, della dignità dei lavoratori e del diritto alla cittadinanza. L’architettura normativa sottoposta a scrutinio non è neutra: essa incarna decenni di trasformazioni economico-sociali che hanno inciso profondamente sulle tutele del lavoro e sull’inclusione dei nuovi cittadini. In questo contesto, il voto assume un valore fortemente politico e simbolico, che interroga la coscienza civile prima ancora che le appartenenze partitiche.


1. Reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo

Il primo quesito mira a restituire efficacia concreta all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, eroso in maniera significativa dal cosiddetto Jobs Act del 2015. La normativa vigente prevede, per i lavoratori assunti dopo quella data, una tutela meramente monetaria anche in caso di licenziamento palesemente illegittimo, negando il reintegro automatico nel posto di lavoro. Il referendum propone l’abrogazione di questa norma per ristabilire un equilibrio tra potere datoriale e diritti del lavoratore. In sostanza, si intende affermare che il lavoro non è una merce e che la sua perdita ingiustificata non può essere semplicemente compensata con un indennizzo economico.


2. Eliminazione del tetto all’indennizzo per i licenziamenti nelle piccole imprese

Il secondo quesito si muove nella medesima direzione, ma si concentra sul mondo delle piccole imprese, storicamente più sfuggenti alle maglie del diritto del lavoro. Attualmente, il lavoratore licenziato ingiustamente in aziende con meno di 15 dipendenti può ricevere solo un’indennità limitata da un tetto massimo. La proposta referendaria vuole rimuovere questo limite, restituendo al giudice la facoltà di determinare l’equo risarcimento. L’intento è chiaro: porre fine a una segmentazione arbitraria dei diritti in base alla dimensione aziendale e riaffermare la centralità della persona rispetto alle logiche della produttività.


3. Cancellazione delle norme sui contratti a termine senza causale

Il terzo quesito tocca il nodo dell’instabilità lavorativa. Con le modifiche legislative degli ultimi anni, è stato possibile assumere lavoratori con contratti a termine privi di giustificazione (le cosiddette “causali”) fino a dodici mesi. Una prassi che, pur presentata come strumento di flessibilità, ha di fatto contribuito alla precarizzazione sistemica del lavoro, colpendo in particolare le giovani generazioni. Il quesito mira a eliminare questa possibilità, restituendo alla contrattazione un’impronta di razionalità e trasparenza. L’abolizione delle norme contestate significherebbe ripristinare un principio basilare: la stabilità del lavoro come condizione per l’autonomia personale e sociale.


4. Responsabilità solidale del committente negli appalti

Il quarto quesito si inserisce nel terreno scivoloso delle responsabilità in materia di sicurezza sul lavoro. La legislazione attuale, con l’introduzione di una norma escludente, solleva il committente da responsabilità diretta in caso di infortuni occorsi a lavoratori di aziende appaltatrici. Si tratta di una disposizione che frammenta la catena di responsabilità e crea una zona grigia in cui la tutela del lavoratore può venir meno. Il quesito referendario propone di abrogare questa eccezione, restituendo coerenza alla logica della responsabilità solidale, principio cardine della giustizia del lavoro. In gioco non c’è solo una formula giuridica, ma la vita stessa di chi lavora.


5. Riduzione del requisito di residenza per la cittadinanza italiana

L’ultimo quesito affronta un tema profondamente etico e culturale: l’accesso alla cittadinanza per gli stranieri residenti. Attualmente, un cittadino extracomunitario deve dimostrare dieci anni di residenza legale continuativa per presentare domanda di cittadinanza. Il referendum propone di ridurre questo limite a cinque anni, in linea con i parametri adottati da diversi Paesi europei. L’intento è quello di riconoscere il contributo effettivo alla società, favorendo l’inclusione e superando l’idea di cittadinanza come privilegio, per restituirle la sua natura di diritto legato alla partecipazione civica e alla convivenza democratica.


In conclusione

Questi cinque quesiti, seppur tecnici nella forma, disegnano una traiettoria chiara: un ritorno a una concezione del lavoro come fondamento della Repubblica e della cittadinanza come orizzonte di inclusione.

Il referendum non si limita a chiedere “sì” o “no”: interroga l’identità democratica del Paese. Votare informati è un atto di responsabilità, e comprendere la posta in gioco richiede uno sguardo attento, libero dai tecnicismi e dai timori paralizzanti del cambiamento.

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