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La retromarcia: Trump congela i dazi al mondo, ma rilancia lo scontro con la Cina

  • Immagine del redattore: Dario Valerio
    Dario Valerio
  • 10 apr 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 11 apr 2025

​Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una sospensione di 90 giorni per la maggior parte dei dazi recentemente introdotti, suscitando reazioni contrastanti sia a livello nazionale che internazionale. Questa decisione, comunicata inaspettatamente attraverso la piattaforma social Truth Social durante un'audizione congressuale, ha colto di sorpresa molti funzionari, inclusi membri del Congresso e il Rappresentante per il Commercio Jamieson Greer.


La nuova politica tariffaria prevede un dazio globale del 10% e un aumento significativo delle tariffe sulle importazioni cinesi al 125%, con l'intento di penalizzare le pratiche commerciali della Cina pur attenuando le tensioni con gli alleati statunitensi.


Le reazioni a questa mossa sono state variegate. I repubblicani hanno generalmente accolto con favore la sospensione, vedendola come una strategia per stabilizzare l'economia e favorire una ripresa dei mercati. Alcuni senatori hanno elogiato la flessibilità del presidente, mentre altri, come il senatore Rand Paul, hanno espresso preoccupazioni riguardo all'impatto economico e al ritardo nell'implementazione. D'altra parte, i democratici hanno criticato la decisione, definendola erratica e politicamente motivata, e hanno chiesto indagini su possibili casi di insider trading. 


I mercati finanziari hanno reagito positivamente all'annuncio. L'indice S&P 500 ha registrato un aumento del 9,5%, mentre il Nasdaq ha segnato un incremento storico del 12%, il più significativo in 24 anni. Anche il Dow Jones Industrial Average ha visto una crescita del 7,9%, con un aumento di 2.963 punti, il più alto mai registrato in una singola giornata.


A livello internazionale, i mercati asiatici hanno mostrato segnali di ottimismo. In particolare, le borse cinesi hanno registrato guadagni, supportati da acquisti sostenuti dallo Stato. Nonostante l'aumento delle tariffe sulle importazioni cinesi, la sospensione generale dei dazi è stata percepita come meno severa del previsto, alimentando un clima di cauto ottimismo tra gli investitori.


In Europa, il Tánaiste irlandese Simon Harris ha sollecitato un dibattito "maturo e razionale" in seguito alla decisione di Trump, sottolineando l'importanza di proteggere posti di lavoro e mezzi di sussistenza. Harris ha evidenziato gli sforzi dell'Unione Europea nel mantenere settori chiave, come quello lattiero-caseario e del whiskey, al di fuori delle liste di ritorsione tariffaria, dimostrando i benefici di una coordinazione europea.


Tuttavia, permangono preoccupazioni riguardo all'imprevedibilità dell'approccio commerciale dell'amministrazione Trump. Mentre alcuni funzionari del Tesoro hanno descritto la mossa come strategica, le dichiarazioni del presidente suggeriscono che sia stata una reazione alla volatilità del mercato piuttosto che una decisione pianificata. Questo solleva interrogativi sulla coerenza e prevedibilità della politica commerciale statunitense nel contesto globale.


In sintesi, la sospensione temporanea dei dazi da parte del presidente Trump ha avuto un impatto significativo sui mercati finanziari e ha generato un ampio dibattito politico. Resta da vedere come questa decisione influenzerà le future relazioni commerciali degli Stati Uniti e la stabilità economica globale.



Trump, la Cina e il ritorno della “guerra commerciale a orologeria”


La decisione dell'ex presidente Donald Trump di sospendere temporaneamente i dazi per 90 giorni, pur mantenendo un inasprimento delle tariffe verso la Cina al 125%, evidenzia una strategia complessa e bifronte. Da un lato, si tenta di placare i mercati e gli alleati tradizionali, dall’altro si intensifica lo scontro con Pechino, configurando una vera e propria guerra economica a “doppio livello”.


Obiettivo: delegittimare il modello cinese

Dietro la retorica muscolare, l’intento di Trump sembra essere duplice:

  1. Punire le pratiche commerciali scorrette della Cina – in particolare il dumping, il furto di proprietà intellettuale e i sussidi statali alle imprese cinesi.

  2. Delegittimare il modello economico socialista con caratteristiche cinesi, presentandolo come una minaccia sistemica per l’Occidente.

La Cina è infatti da anni nel mirino di Washington per l’espansione del suo capitalismo di Stato, ritenuto aggressivo e sleale. Con la proposta di portare al 125% le tariffe sulle importazioni da Pechino, Trump alza l’asticella ben oltre i livelli toccati durante il suo primo mandato, segnalando una volontà non solo punitiva ma strutturalmente decoupling-oriented (mirata al disaccoppiamento economico tra USA e Cina).


Un segnale all’elettorato interno

Dal punto di vista politico, la stretta sui dazi cinesi è anche una mossa elettoralmente strategica: Trump si rivolge direttamente agli elettori delle Rust Belt e delle regioni industriali penalizzate dalla delocalizzazione. Riaccendere la retorica anti-Cina consente di:

  • rafforzare il messaggio del “America First”,

  • demonizzare la Cina come nemico numero uno della manifattura americana,

  • e promettere un rilancio industriale tutto interno.


Reazione cinese: calma apparente, nervi tesi

Da Pechino, finora, la risposta ufficiale è stata misurata. Tuttavia, analisti cinesi parlano di “provocazione pre-elettorale” e prefigurano un’escalation, qualora le minacce tariffarie venissero effettivamente implementate a pieno regime.

Alcune contromosse possibili da parte della Cina:

  • boicottaggi guidati dallo Stato su prodotti USA (soprattutto agricoli e tecnologici),

  • restrizioni su terre rare e materiali strategici esportati verso l’Occidente,

  • maggiori investimenti nei mercati emergenti per ridurre la dipendenza dal commercio con gli Stati Uniti.


I rischi del protezionismo esasperato

Molti economisti avvertono che una tariffa del 125% sulle merci cinesi potrebbe generare inflazione interna negli Stati Uniti e colpire le PMI che dipendono dalla componentistica asiatica. La filiera globale, pur dopo il Covid e le tensioni geopolitiche, resta infatti fortemente integrata.

Un rapporto di Brookings Institution sottolinea che:

“Una disconnessione improvvisa e forzata tra Stati Uniti e Cina nel settore tecnologico e manifatturiero avrebbe costi enormi sia in termini economici che geopolitici.”

Strategia o azzardo?

Trump sta giocando una partita ad alta tensione, puntando sul nazionalismo economico e sulla retorica anti-Cina per rafforzare la sua posizione politica. Tuttavia, se l’obiettivo di lungo termine è costruire un'America industrialmente autosufficiente e svincolata dalla Cina, il rischio è che la transizione, senza adeguati cuscinetti, si trasformi in un boomerang per i consumatori americani e per la stabilità del commercio globale.

Resta ora da vedere come reagirà Pechino — con silenziosa resilienza o con una controffensiva mirata — e se questa pausa di 90 giorni rappresenterà l’occasione per un riassestamento strategico o l’ennesima miccia in una guerra commerciale destinata a riesplodere.



MAGGIORI AGGIORNAMENTI


11/04/2025 - Trump innalza i dazi al 145% contro la Cina: la tregua di 90 giorni è “arte del fare affari” o retromarcia strategica?


In un crescendo di tensioni commerciali, il presidente Donald Trump ha annunciato un’imponente escalation nei confronti della Cina, portando i dazi complessivi al 145%. Una mossa che, se da un lato intende rafforzare la posizione negoziale americana, dall’altro ammette implicitamente l’esistenza di “costi di transizione” per l’economia nazionale. Per la prima volta, infatti, lo stesso presidente ha riconosciuto che il braccio di ferro con Pechino potrebbe avere ripercussioni sensibili.


Dietro una narrazione che celebra “la più grande giornata della Storia per i mercati”, si cela un contesto ben più sfaccettato: Wall Street mostra nervosismo, i rendimenti obbligazionari decennali salgono repentinamente e il timore di una recessione – evocato anche da Jamie Dimon, CEO di JP Morgan – si fa sempre più concreto. Ma Trump, imperterrito, insiste: “Il Paese è in grande forma”.


In un curioso intreccio tra politica e spettacolo, la linea dura viene orchestrata anche attraverso i media preferiti dal presidente. Interventi calibrati su Fox News – firmati da senatori repubblicani di primo piano – si configurano come tentativi di influenzare direttamente il suo giudizio. Nel frattempo, dietro le quinte, lo scontento cresce anche tra gli alleati: il malumore della presidente svizzera per i dazi su Rolex e cioccolato è stato liquidato con un laconico “Be Cool”.


La sospensione di 90 giorni, annunciata a sorpresa su Truth Social, ha spiazzato persino gli apparati istituzionali. Eppure, la Casa Bianca la definisce parte di una strategia attentamente orchestrata sin dall’inizio. “L’arte del fare affari”, dicono i fedelissimi. Ma per molti osservatori, questa sembra sempre più l’arte dell’ambiguità calcolata – o, forse, della ritirata mascherata.

In un’America in bilico tra muscolarità diplomatica e fragilità sistemica, la sfida dei dazi si conferma il banco di prova più insidioso per l’equilibrio economico e politico della presidenza Trump.


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