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La miopia della narrazione securitaria europea e le retoriche ''graviste''

  • Immagine del redattore: Dario Valerio
    Dario Valerio
  • 22 apr 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Negli ultimi mesi, il dibattito sul riarmo europeo ha assunto toni sempre più enfatici, talvolta marcatamente “gravisti”, come se l’Europa fosse improvvisamente sull’orlo di un conflitto epocale e dovesse, per forza di cose, correre ai ripari militarizzando le proprie economie. L’idea di una nuova stagione di spese militari è divenuta un leitmotiv nei consessi istituzionali europei, sostenuta da una narrazione che, a ben vedere, appare più ideologica che razionale.


La questione è delicata, senza dubbio, ma è altresì evidente come venga affrontata con una superficialità disarmante. I giornali più critici – Le Monde Diplomatique, Der Freitag, El Salto e parte della stampa progressista italiana – hanno sollevato forti perplessità sulla necessità e sull’opportunità di un riarmo europeo. Il punto focale delle critiche è semplice quanto trascurato: gli Stati membri dell’Unione europea già posseggono strutture di difesa consolidate, in cui investono da decenni. Parlare di un nuovo sforzo militare ha senso solo se si inserisce in un progetto di difesa comune realmente integrata, culminante in un esercito europeo unico. Ma anche tale prospettiva appare oggi più retorica che strategia, visto che la cooperazione militare esiste già – seppur in forme diverse – e le ridondanze tra forze armate nazionali sarebbero difficili da eliminare senza mettere in discussione la sovranità di ciascun Paese.


Il timore diffuso che spinge molti governi a sostenere questa corsa agli armamenti è legato all’idea che l’Europa debba prepararsi a una presunta “minaccia” esterna, spesso non meglio precisata, ma che allude alla Russia, alla Cina, o a un progressivo disimpegno degli Stati Uniti d’America. Tuttavia, ritenere che il continente sia oggi militarmente indifeso è una posizione becera, alimentata da una narrazione che privilegia la paura anziché l’analisi. Basterebbe considerare le risorse complessive – umane, tecnologiche, strategiche – di tutti gli Stati membri uniti per comprendere che l’Europa, se davvero si coordinasse, non avrebbe grandi debolezze.


Inoltre, la partecipazione alla NATO già garantisce un solido ombrello difensivo, e sebbene l’isolazionismo americano sia un elemento da tenere in considerazione, esso non può giustificare in modo credibile una escalation delle spese belliche a discapito delle priorità civili. In questo senso, la corsa al riarmo non è solo inopportuna, ma controproducente: invece di investire percentuali crescenti del PIL in armamenti, gli Stati europei dovrebbero concentrare i propri sforzi su settori vitali come istruzione, innovazione tecnologica, infrastrutture moderne e lotta alla povertà.


L’impressione è che questa accelerazione verso un riarmo continentale sia soprattutto il prodotto di una deriva ideologica promossa da governi conservatori, sovranisti e di destra, che vedono nella militarizzazione un elemento identitario, più che un’esigenza concreta. In nome della “sicurezza”, si legittimano spese astronomiche che sottraggono risorse a politiche pubbliche ben più urgenti e strutturali. Il tutto con il rischio di alimentare una nuova corsa agli armamenti in Europa, stavolta non imposta da conflitti reali, ma costruita attorno a paure artificiosamente gonfiate.


Il progetto di un’Europa forte, coesa e autonoma è auspicabile. Ma tale forza non può e non deve coincidere con il militarismo. L’Unione europea dovrebbe invece riaffermare la propria vocazione civile, democratica e sociale, investendo in ciò che costruisce, non in ciò che distrugge. La vera sovranità europea si esercita col sapere, con l’inclusione, con la capacità di innovare – non con le armi.

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