Il congresso leghista: tra populismo d’accatto e revisionismo morale
- Dario Valerio

- 6 apr 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Nel clima già gravido di tensioni che caratterizza l’attuale panorama politico europeo, il congresso della Lega tenutosi oggi, 6 aprile, ha rappresentato non soltanto un momento di autorappresentazione identitaria, ma anche – e forse soprattutto – un teatro di declamazioni che meriterebbero ben altra riflessione critica di quella concessa nei titoli celebrativi della stampa di area.
Sul palco si sono alternate due figure emblematiche del sovranismo continentale: Giorgia Meloni, presidente del consiglio, e Marine Le Pen, simbolo per antonomasia dell’estrema destra francese. Un duetto politico che ha offerto un compendio di retoriche stantie, attacchi indiscriminati alle istituzioni e paragoni storicamente e moralmente inaccettabili.

L'arte di dire senza dire
L’intervento di Giorgia Meloni si è snodato lungo i consueti binari di un populismo rassicurante solo per chi ne condivide le premesse ideologiche. Di contenuti, in effetti, ce n’erano pochi. In compenso, l’abbondanza di slogan, allusioni e richiami a una mitologia patriottica di cartapesta ha riempito il vuoto con un’eco assordante. L’impressione generale – e qui molti editorialisti dell’area progressista sono concordi – è stata quella di un discorso concepito più per compiacere i fedeli che per confrontarsi davvero con la realtà complessa e articolata dell’Italia di oggi.
Temi come l’immigrazione, il rapporto con l’Europa, la difesa dell’identità nazionale – agitati con una retorica infiammata quanto vaga – sono sembrati più strumenti di distrazione che proposte politiche. Il tutto condito da un tono da “tribuna elettorale” che mal si addice al ruolo istituzionale ricoperto dalla premier. Un’impostazione che ha fatto storcere il naso anche a parte del centrodestra più moderato, che mal digerisce la commistione tra incarico istituzionale e militanza ideologica.
Le Pen e l’azzardo dell’intoccabilità
Ma è stata Marine Le Pen, con la sua solita disinvoltura dialettica e la veemenza propria di chi ha fatto della provocazione il proprio linguaggio politico, a segnare il punto più basso – e al tempo stesso più inquietante – dell’intera giornata. Intervenendo a pochi giorni dalla condanna per uso illecito di fondi europei, Le Pen non ha esitato a trasformare il palco leghista in un tribunale parallelo, nel quale assolversi pubblicamente e attaccare con veemenza la magistratura, accusata di essere al servizio di oscure manovre politiche.
Che un leader politico, per giunta condannato in primo grado, si permetta di delegittimare apertamente un potere dello Stato – nel paese d’origine come nel contesto europeo – dovrebbe destare più scandalo di quanto abbia effettivamente fatto. La magistratura, già sotto pressione in molti contesti nazionali, si trova ancora una volta bersaglio preferito di una destra che, nei momenti di difficoltà, alza il tiro contro i pilastri dello Stato di diritto.
Ma l’apice del paradosso – se non dello sfregio simbolico – si è raggiunto nel momento in cui Le Pen ha paragonato sé stessa, e la sua battaglia “contro il sistema”, nientemeno che a Martin Luther King. L’azzardo di questo accostamento ha dell’incredibile: evocare la memoria di uno dei più grandi artefici della lotta per i diritti civili del Novecento per legittimare una crociata personale, segnata da un curriculum politico intriso di nazionalismo esasperato e pulsioni xenofobe, rappresenta un esercizio retorico tanto ardito quanto immorale. È una mancanza di pudore storico e morale che grida vendetta, e che nessuna contingenza politica può giustificare.
Una destra senza rotta, ma con molto fumo
Il congresso della Lega si è dunque rivelato, ancora una volta, un’operazione di immagine più che una proposta di visione. Una passerella per slogan e facili nemici, che si nutre dell’ansia collettiva e delle frustrazioni diffuse, ma non offre soluzioni né prospettive. Se il confronto con figure come Martin Luther King è stato grottesco, non meno inquietanti sono stati gli accenni ai “nemici interni”, il lessico dell’assedio, la continua ricerca del capro espiatorio: tutti elementi che appartengono a un immaginario illiberale e autoritario.
Il rischio, oggi più che mai tangibile, è che il populismo becero e il revisionismo morale di questi leader si impongano come normalità, anestetizzando la coscienza democratica di un Paese già provato. Per questo, più che mai, servirebbe un’opposizione non solo politica ma anche culturale, capace di smascherare la vacuità di certi proclami e di riportare al centro del discorso pubblico la complessità, la competenza e il senso del limite.



Commenti