Il paradosso istituzionale: quando la seconda carica dello Stato legittima l’astensione
- Dario Valerio

- 11 mag 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Nel dibattito politico italiano, vi sono momenti in cui le parole pesano più delle azioni, in cui la gravità istituzionale si misura non con la forza dei provvedimenti ma con l'autorevolezza (o la sua assenza) delle dichiarazioni pubbliche. Le recenti affermazioni del Presidente del Senato Ignazio La Russa sul referendum dell’8 e 9 giugno rappresentano uno di questi momenti.

Con un candore disarmante, La Russa ha dichiarato che “non lo scandalizza” l’eventualità che i cittadini scelgano la via dell’astensione per esprimere dissenso. Tale affermazione, proveniente da colui che, dopo il Presidente della Repubblica, riveste la più alta carica della Repubblica Italiana, è non solo fuori luogo, ma anche eversiva nella sostanza.
Chi occupa i vertici della rappresentanza istituzionale non può permettersi il lusso della neutralità morale di fronte al principio della partecipazione democratica. Il voto – e ancor più il voto referendario – è la più alta espressione di sovranità popolare. Incoraggiare, o anche solo comprendere, l’astensione, significa compromettere l’infrastruttura stessa della democrazia partecipata. È, a tutti gli effetti, un gesto anticostituzionale, oltre che storicamente miopico.
Referendum: non un orpello, ma la spina dorsale della sovranità popolare
Il referendum abrogativo non è uno strumento decorativo nella cassetta degli attrezzi della Repubblica, ma un meccanismo cardine attraverso cui il popolo si riappropria direttamente della funzione legislativa. Il suo esercizio, già minato da un quorum irraggiungibile e da una pericolosa disaffezione civica, viene ulteriormente svilito quando chi dovrebbe esortare alla partecipazione insinua la legittimità dell’indifferenza.
I quesiti in votazione – che riguardano tematiche cruciali come il diritto al lavoro dignitoso, la stabilizzazione dei rapporti precari e l’inclusione dei figli degli immigrati nati in Italia – non sono materia tecnica, bensì questioni di portata etica e sociale. E sono proprio queste battaglie ad aver acceso la mobilitazione delle associazioni, dei sindacati, dei movimenti civici. Trincerarsi dietro l’alibi dell’astensione significa eludere il confronto, disertare la responsabilità e cedere alla retorica della rinuncia.
Il silenzioso sabotaggio della democrazia
Una parte della stampa, pur mantenendo un'apparenza di imparzialità, ha accolto con sorprendente remissività l’intervento di La Russa, come se le sue parole fossero espressione di un legittimo pluralismo interpretativo. Ma non siamo davanti a una banale opinione. Quando un Presidente del Senato si esprime su un referendum, le sue parole sono cariche di valenza pedagogica, simbolica e politica. Un invito neanche troppo implicito a disertare le urne equivale a sabotare, per via silenziosa, il valore stesso della consultazione popolare.
Questo atteggiamento, che qualcuno scambia per astuzia politica, è in realtà una forma di diserzione costituzionale, una rinuncia al compito primario delle istituzioni: quello di promuovere l’educazione civica, la consapevolezza collettiva e la partecipazione attiva.
Un dovere più che un diritto
Il referendum non è una scocciatura né una parentesi nella vita politica. È un momento in cui ogni cittadino torna protagonista. Per questo motivo, affermare che l’astensione sia “non scandalosa” non è solo un errore: è un insulto all’intelligenza civica, alla memoria repubblicana e alla logica stessa della sovranità popolare. È, in una parola, da bacati di mente, da scarsi di cultura e storia.
Dunque sì, il voto dell’8 e 9 giugno va difeso con forza, non solo dai comitati promotori, ma da tutti coloro che credono ancora nel valore alto, nobile e irrinunciabile della democrazia diretta. E chi, tra le istituzioni, si sottrae a questo compito o lo ridicolizza, non è solo colpevolmente inadempiente: è complice di un lento e inesorabile svuotamento della nostra Repubblica.

Commenti