Roma apre all’era della sanità veterinaria pubblica: un diritto
- Dario Valerio

- 10 mag 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Nel febbraio 2025, la città di Roma con il sindaco Gualtieri ha ufficialmente annunciato l’inizio dei lavori per il primo ospedale veterinario pubblico d’Italia, una struttura pionieristica che sorgerà entro dicembre 2026 all’interno del canile comunale della Muratella. Il progetto, fortemente voluto dall’Amministrazione Gualtieri, è finanziato con 6,5 milioni di euro di fondi comunali e rappresenta un punto di svolta epocale non solo per la Capitale, ma per l’intero sistema di welfare del Paese.

Un modello di sanità inclusiva, anche per chi non ha voce
L’ospedale, che occuperà oltre 900 metri quadrati di superficie, offrirà pronto soccorso 24/7, due sale operatorie, reparti di terapia intensiva, laboratori di diagnostica avanzata e zone di degenza post-operatoria. In una prima fase, i servizi saranno destinati agli animali ricoverati nelle strutture comunali o adottati dai canili pubblici, ma si punta a garantire l’accesso gratuito anche alle famiglie a basso reddito, con l’obiettivo di estendere gradualmente la gratuità al più ampio numero di cittadini.
Questa decisione riflette una visione progressista della sanità: non più centrata unicamente sull’umano, ma aperta anche alla cura degli esseri senzienti non umani che popolano la nostra quotidianità. In un’epoca in cui l’etica animale non è più una nicchia filosofica ma un'urgenza sociale, Roma ha scelto di agire con coerenza e lungimiranza.
La dignità animale come principio costituzionale inespresso
Negli ultimi anni, la legislazione italiana ha compiuto importanti passi avanti nel riconoscimento degli animali come esseri senzienti, secondo il dettato dell’art. 13 del Trattato di Lisbona. Tuttavia, questo principio resta spesso privo di ricadute pratiche nelle politiche pubbliche. Con l’avvio dell’ospedale veterinario pubblico, Roma colma una lacuna storica e apre la strada a una sanità realmente etica, in cui il diritto alla cura non è appannaggio esclusivo della specie dominante.
L’idea che la spesa pubblica possa (e debba) finanziare anche la salute degli animali non è affatto una forzatura, ma un’evoluzione naturale di un sistema che si definisce “universale”.
In fondo, cosa dice di una comunità il modo in cui tratta i suoi membri più vulnerabili?
Se accettiamo come oggi ci impone la scienza etologica che gli animali soffrono, provano dolore e affetto, perché allora la loro sofferenza dovrebbe essere trattata come secondaria?
Un investimento pubblico che conviene anche alla collettività
La realizzazione di un ospedale veterinario pubblico non è solo una scelta morale: è anche una misura di buon governo. Garantire l’accesso alle cure agli animali significa prevenire il randagismo, incentivare le adozioni, ridurre il carico sui rifugi sovraffollati e promuovere una cultura della responsabilità verso gli animali da compagnia.
Un servizio sanitario pubblico veterinario, infatti, si traduce in meno abbandoni, meno sofferenze gratuite, più educazione civica. È una risposta concreta al crescente numero di famiglie che, pur desiderando offrire cure adeguate ai propri animali, non riescono a sostenere i costi talvolta proibitivi delle cliniche private. In Italia, secondo dati recenti, circa il 41% delle famiglie vive con almeno un animale domestico, eppure più del 30% dichiara difficoltà economiche nel sostenere spese veterinarie ordinarie.
Verso una cittadinanza interspecifica
Con l’inaugurazione prevista per dicembre 2026, Roma si candida a diventare capitale di un nuovo modello di cittadinanza: una cittadinanza interspecifica, in cui l’animale non è più un ospite tollerato ma un soggetto riconosciuto, capace di entrare nel perimetro dei diritti fondamentali, a partire da quello alla salute.
È auspicabile che l’esempio romano venga replicato in altre grandi città italiane e che il dibattito pubblico si apra, finalmente, a una discussione seria sul ruolo degli animali nella nostra società. Se davvero vogliamo essere una nazione moderna, la gratuità delle cure veterinarie finanziate con le nostre tasse non dovrebbe essere l’eccezione, ma la norma.



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