Il Conclave 2025 e l'illusione universale di un Papa risolutore
- Dario Valerio

- 7 mag 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Oggi, 7 maggio 2025, si apre il conclave in Vaticano: i cardinali si riuniscono sotto lo sguardo del mondo per scegliere il successore di Papa Francesco. Un evento che, in apparenza, riguarda la Chiesa cattolica, ma che in realtà travalica i confini confessionali, affascinando, incuriosendo e coinvolgendo anche chi non si riconosce nella fede cristiana, o addirittura ne è distante per cultura, valori o convinzioni.

Ci si chiede perché, in un momento storico che si professa laico, secolare, disincantato, milioni di occhi si voltino verso la Cappella Sistina come se lì dentro si stesse decidendo il destino dell’umanità. Perché l’elezione di un capo spirituale che, nella realtà dei fatti, non dispone né di eserciti né di potere esecutivo susciti un’attesa paragonabile a quella delle elezioni di un capo di Stato.
La risposta risiede nel ruolo simbolico che il Papato ha assunto, soprattutto con Papa Francesco. Non solo pontefice, ma figura globale di moralità, simbolo di speranza, voce flebile ma costante contro le disuguaglianze, le guerre, l’indifferenza. Con parole semplici e gesti di umiltà, Jorge Mario Bergoglio ha ridato alla carica pontificia un’aura di umanità e vicinanza che ha toccato anche le coscienze dei non credenti.
Oggi, molti vorrebbero che il nuovo Papa fosse “alla Francesco”: inclusivo, pacificatore, prossimo agli ultimi. Si spera che possa essere una voce autorevole contro i venti di guerra, che possa persino – per alcuni – contribuire a placare i conflitti che insanguinano Europa, Medio Oriente, Africa. Si vorrebbe un Papa in grado di influenzare le agende politiche, di ridare una bussola morale a società disorientate, divise, ciniche. Ma qui si impone una riflessione disillusa, razionale, spogliata da ogni retorica fideistica: tutta questa attesa è in larga parte illusoria.
Il Papa, per quanto carismatico e seguito, non ha strumenti concreti per fermare guerre, influenzare in modo sostanziale la geopolitica globale, o risanare la politica italiana, da decenni incagliata in logiche clientelari, inefficienze e disaffezione popolare. La sua è una voce autorevole, sì, ma che si perde spesso nel frastuono del pragmatismo internazionale, dove prevalgono interessi economici, militari e strategici.
Nel migliore dei casi, il Papa può lanciare messaggi, ispirare singole coscienze, stimolare riflessioni etiche. È, in fondo, un simbolo. E come tale deve essere compreso: importante per ciò che rappresenta, non per ciò che può effettivamente realizzare. Pretendere che risolva la crisi climatica, la fame nel mondo o le guerre con la sola forza della parola è proiettare su di lui un desiderio messianico che non appartiene più alla realtà contemporanea, bensì al bisogno umano di rassicurazione e di guida.
La Terra ha perso riferimenti certi, il Papa rimane l’ultimo “padre morale” riconosciuto su scala planetaria. Ma la sua funzione si esaurisce lì. Le parole, per quanto giuste, non bastano. E la speranza, pur nobile, è sterile se non accompagnata da azione concreta, da strutture politiche efficaci, da una volontà collettiva di cambiamento.
Che il nuovo Papa sia all’altezza del momento è auspicabile. Ma che sia lui a cambiare il mondo è un’illusione. L’ennesima, forse necessaria.



Commenti