Il 15 Aprile 2025 sarà la Giornata del Made in Italy: tra retoriche celebrative e deserti industriali
- Dario Valerio

- 11 apr 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Il 15 aprile 2025 è consacrato a “Giornata nazionale del Made in Italy”. Un’iniziativa che, nei propositi dei promotori, dovrebbe rappresentare un omaggio alla creatività, alla manifattura, all’ingegno produttivo del Belpaese. Eppure, al di là dell’apparato cerimoniale e del lessico trionfante impiegato nella comunicazione istituzionale, emergono perplessità profonde sulla reale funzione, efficacia e sincerità di tale ricorrenza.
Non sono mancati, infatti, gli strali critici provenienti tanto dal mondo dell’opposizione politica quanto da autorevoli voci del panorama giornalistico e accademico. Le testate d’area progressista e radicale – Domani, Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, Micromega, solo per citarne alcune – hanno unanimemente messo in discussione il valore concreto di un’operazione che appare, sempre più chiaramente, come una messinscena retorica atta a mascherare l’assenza di una visione industriale organica e lungimirante.

Una celebrazione vuota, figlia di un’ideologia estetica del potere
Dietro il paravento dell’orgoglio nazionale e della “valorizzazione delle eccellenze italiane”, si cela una strategia comunicativa che sostituisce la progettualità con la simbolizzazione, la politica industriale con la nostalgia edulcorata. Come ha scritto la Repubblica in un editoriale severo, “la Giornata del Made in Italy è la plastificazione dell’identità economica nazionale, ridotta a icona da vetrina più che a leva di sviluppo”.
È evidente, a chi osservi senza le lenti deformanti della propaganda, che il governo stia utilizzando questa ricorrenza per rafforzare una narrazione nazional-patriottica, funzionale al proprio bacino elettorale. In tal senso, la celebrazione assume le sembianze di una liturgia laica: il Made in Italy viene elevato a feticcio sacro, svuotato della sua complessità e reso strumento di consenso.
Il paradosso di una nazione che celebra ciò che non sostiene
La contraddizione fondamentale risiede nel fatto che si celebra un settore che, nei fatti, viene sistematicamente disinvestito. Le imprese italiane, in particolare le PMI che costituiscono l’ossatura produttiva del Paese, si trovano da anni a fronteggiare ostacoli strutturali: una pressione fiscale iniqua, un sistema creditizio asfittico, una burocrazia elefantiaca, una cronica carenza di politiche per l’innovazione e l’internazionalizzazione.
La retorica del Made in Italy stride con l’abbandono istituzionale del manifatturiero diffuso, in particolare nei distretti del Mezzogiorno, ormai svuotati di investimenti e vitalità”. La giornata istituzionale non interviene su nessuno di questi nodi; al contrario, li sorvola con eleganza manierista, preferendo la superficie alla sostanza.
Il silenzio sulla delocalizzazione e la svendita dei marchi storici
Altro elemento colpevolmente eluso è il fenomeno della progressiva erosione della sovranità economica su marchi e produzioni d’eccellenza. Molte delle imprese simbolo del Made in Italy – dalla moda alla meccanica, dal design all’agroalimentare – sono state acquisite da fondi esteri o grandi conglomerati internazionali. In alcuni casi, tali acquisizioni hanno comportato il mantenimento del marchio ma la delocalizzazione delle produzioni, spesso con un impatto devastante sui livelli occupazionali e sulla qualità dei prodotti.
Il governo, tuttavia, sceglie il silenzio. Nessun intervento strutturale è stato messo in campo per arginare la desertificazione industriale, né per incentivare il reshoring. Nessuna misura concreta per impedire che “l’eccellenza italiana” diventi, nella migliore delle ipotesi, una firma su un packaging prodotto altrove.
Una visione regressiva: passato idealizzato, futuro ignorato
Come denunciato anche da voci critiche del mondo universitario e sindacale, la Giornata del Made in Italy tradisce una visione profondamente regressiva. Si celebra un passato glorioso, idealizzato, spesso mitizzato, senza alcun investimento sulla transizione digitale, ecologica o sociale dell’apparato produttivo.
In un lungo saggio pubblicato da Micromega, l’economista E. M. Benedetti scrive: “L’ideologia del Made in Italy, così come concepita dall’attuale classe dirigente, è intrisa di un’ansia conservatrice: si vuole cristallizzare un modello produttivo novecentesco, fatto di manifattura tradizionale, mentre il resto del mondo corre verso l’industria 5.0”.
La mancanza di piani industriali coerenti, l’assenza di politiche per trattenere i talenti, la trascuratezza verso i settori ad alta intensità tecnologica rivelano il vero volto di un governo che si rifugia nella cerimonia perché incapace di costruire strategie.
Tra estetica del consenso e latitanza della politica industriale
La Giornata del Made in Italy si configura, dunque, come l’apoteosi di un paradigma politico sempre più centrato sull’estetica del consenso. Un’operazione che alimenta l’immaginario collettivo con suggestioni identitarie, mentre lascia languire l’apparato produttivo nel vuoto strategico.
La celebrazione del 15 aprile rischia di essere l’ennesima liturgia retorica di un Paese che preferisce raccontarsi anziché riformarsi, che elegge il simbolo a surrogato dell’azione, e che, nel celebrare il proprio passato, continua a smarrire il proprio futuro.



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