top of page

25 aprile: La "sobrietà" del governo e la reazione civile. Una memoria da difendere, mai da affievolire

  • Immagine del redattore: Dario Valerio
    Dario Valerio
  • 24 apr 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

L’invito del governo di destra italiano a celebrare il 25 aprile con “sobrietà”, sulla scia del lutto nazionale proclamato per la scomparsa di Papa Francesco, ha suscitato una levata di scudi non solo sul piano politico e civile, ma anche su quello giuridico e simbolico. In una fase storica segnata da tensioni identitarie e narrazioni divergenti sulla memoria nazionale, questa indicazione istituzionale appare quantomeno infelice.


Un insulto alla festa della democrazia

La Festa della Liberazione non è un semplice appuntamento cerimoniale: è la celebrazione della rinascita della democrazia italiana, del ripudio del fascismo, e dell’instaurazione di uno Stato fondato sui principi costituzionali della libertà, dell’uguaglianza e della partecipazione. Invitare alla “sobrietà” — termine di per sé ambiguo — suona come una reprimenda implicita, una forma di contenimento emotivo che molti interpretano come un tentativo di depotenziare l’espressione pubblica di una memoria collettiva ancora viva.

Come ha evidenziato l’ANPI, “la Liberazione non è un rave party”, ma neppure un rito mesto da relegare alla discrezione. È, piuttosto, una dichiarazione di impegno civile, di vigilanza democratica, e di riconoscimento storico verso chi ha lottato per la libertà.


Il silenzio travestito da sobrietà: un vuoto giuridico

Dal punto di vista strettamente giuridico, il termine “sobrietà” si rivela privo di valore normativo. Non esiste nel nostro ordinamento alcuna disposizione che definisca cosa debba intendersi, nei fatti, con “sobrietà” nelle celebrazioni civili. Tale vaghezza lessicale lo rende inapplicabile come criterio giuridico vincolante. In termini costituzionali, inoltre, una direttiva di tale natura si scontra con il principio di libertà di espressione (art. 21 Cost.) e con la libertà di manifestazione del pensiero anche attraverso forme commemorative e pubbliche (art. 17 Cost.).

Ciò che in una democrazia costituzionale non è chiaramente definito in termini di obbligo non può e non deve diventare uno strumento di controllo del sentire collettivo.


La risposta dell’opposizione: un dovere di vigilanza storica

Le opposizioni parlamentari hanno reagito con durezza. Una mozione congiunta ha chiesto al Governo di impegnarsi nel “rispetto della verità storica” e nella tutela del significato autentico del 25 aprile. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha espresso la perplessità di molti: “Cosa vuol dire celebrare con sobrietà? Chi decide il limite tra entusiasmo e sobrietà?”.

L’ANPI ha risposto con toni netti: “La Liberazione non è un rave party, ma neanche una messa funebre. È una festa di popolo e non può essere sminuita con formule di circostanza”. Una posizione condivisa da molti intellettuali e costituzionalisti che hanno sottolineato come il rischio sia quello di una normalizzazione del revisionismo, travestito da rispetto istituzionale.


Una memoria attiva, non decorativa

In questo clima, è ancora più urgente riaffermare il diritto e il dovere di partecipare, celebrare, ricordare. Non con retorica, ma con orgoglio civile. Non con “sobrietà”, ma con piena consapevolezza democratica. Perché ogni volta che si tenta di svuotare il 25 aprile del suo significato, si mette in discussione ciò che l’Italia è diventata proprio grazie a quella Liberazione.

Nel nostro tempo, segnato dal riaffacciarsi di retoriche autoritarie e xenofobe, ridurre la Festa della Liberazione a una commemorazione “sobria” rischia di svuotare di senso un appuntamento che ha una funzione pedagogica, oltre che simbolica. È la voce della Repubblica che, ogni anno, ricorda a sé stessa da dove viene e verso quale modello di civiltà vuole continuare ad andare.


La sobrietà, se imposta, non è rispetto. È reticenza. E il 25 aprile non è il giorno del silenzio: è il giorno in cui l’Italia si è riappropriata della voce. Non si riduce. Non si edulcora. Si vive. Con voce alta e con la memoria vigile.

Commenti


bottom of page